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Il filo che unisce tradizione e modernità

People

Una riflessione su tradizione e modernità e su come dovrebbe essere un vero membro Lion. Un mix di tradizione per i valori e i concetti del Codice dell’Etica Lionistica e di modernità seguendo il motto «We serve».

Nel corso della sua lunga evoluzione si direbbe che l’essere umano abbia sempre sentito il bisogno di confrontarsi e rapportarsi con concetti antitetici: ne sono un perfetto esempio i dualismi benemale, buono-cattivo e vero-falso. E un posto importante in questa antinomia occupano anche le considerazioni riguardanti gli aspetti di tradizionale e moderno, la difficile conciliabilità tra tradizione e modernità. Ma che cos’è la
tradizione? La più splendida e azzeccata definizione ci viene dalla lingua latina, e dalle sue eccezionali capacità di concisione
e di sintesi: la tradizione è «Mos receptus totque saeculorum usu ac gentium conservare probatus» (costume trasmesso e consolidato dalla pratica e trasmesso nei secoli). 

E che cos`è la modernità? Cosa intendiamo quando diciamo che un uomo è moderno?

Qui intendiamo riferirci a un cittadino informato e partecipe, molto indipendente  e autonomo rispetto alle tradizionali sorgenti di influenza in particolare di quelli oggi denominati media, pronto per nuove esperienze e idee, di mentalità aperta e cognitivamente flessibile. Ma siccome la vita è un flusso in cui niente è isolato o separato ma ogni cosa passa nell’altra, passato e futuro si compenetrano.

Infatti il dibattito fra i moderni e i difensori degli antichi si lascia superare dal semplice fluire e avanzare della storia, perché col tempo gli stessi moderni finiscono per diventare antichi e gli altri, i nuovi arrivati, assumono il ruolo di moderno. Un gioco dei ricorsi splendidamente recepito da Leo Longanesi in una delle sue battute fulminanti: «Il moderno invecchia, il vecchio torna di moda.

Quando parliamo di tradizione spesso ci riferiamo alla classicità, a ciò che Winckelmann aveva definito «nobile semplicità e quieta grandezza». Classicità e tradizione a cui si rapportava, e non poteva essere altrimenti, un grande riformatore come Ulrico Zwingli in un suo celebre passo: «Ogni poeta dell’antichità mi è sempre parso come qualcosa di Santo, soprattutto quelli cui fu dato di rappresentare la forma del vero e del buono nei colori che le sono propri e di farcela amare.» Da questo richiamo alla classicità discende il valore che attribuiamo alle cose antiche, ai reperti antiquari e a tutto quello che essi ricordano e rappresentano. «Mi pare che nel troppo curato, nel troppo perfetto vi sia quasi un’ombra di volgarità e che nelle cose usate, logore, leggermente muffite, polverose, cenciose, ci sia un certo charme, una familiarità tenera e affettuosa», ha scritto il grande critico d’arte e collezionista Bernard Berenson. Un passo che mi ricorda le «vecchie cose di pessimo gusto» di una celebre poesia di Guido Gozzano.

Ma agganciarsi alla tradizione, rifugiarsi sotto la sua comoda ala protettrice, può  essere un modo di sfuggire al presente, per timore delle novità e dei cambiamenti che vi sono associati in particolare il forte disagio che può essere legato al  rapido e inarrestabile progresso tecnologico: «Il senso di continuità delle generazioni passate può apparire come un’ancora di salvezza in un presente che ci fa paura», ha scritto Dos Passos. E questo bisogno di mantenere e trasmettere la tradizione ha radici molto antiche se già in una tavoletta assiro-babilonese del 2000 a.C. stava scritto: «La dottrina che un antico formulò in tempi passati / si trascriva e si destini per istruzione in avvenire.» E oggi che conosciamo la biologia e abbiamo decifrato le basi della trasmissione dei caratteri ereditari possiamo ben dire che le impronte del passato e della tradizione vivono nel nostro codice genetico. Così che il grande scrittore cattolico inglese G.K. Chesterton ha dato della tradizione una definizione diversa e intrigante, oserei dire sociolopiù oscura delle classi, quella dei nostri antenati. È la democrazia dei morti. La tradizione si rifiuta di arrendersi all’arrogante oligarchia di coloro che per puro caso oggi si trovano al mondo.» Concetto ripreso con forza e determinazione da Ortega y Gasset: «Non è lecito rompere col passato, il passato è la nostra dignità.»

Su versanti e posizioni opposte, e non poteva essere altrimenti, Karl Marx: la rivoluzione proletaria poteva avvenire solo facendo piazza pulita di tutte le incrostazioni del passato, in quanto non si trattava solo della lotta fra capitale e lavoro, ma fra presente e passato, tra esseri umani e cose, tra essere e avere. Karl Marx, il «magnifico filosofo della violenza operaia» come lo definì Benito Mussolini, considerava il passato e la tradizione come un fardello insopportabile e da spazzare via senza pietà: «La tradizione di tutte le generazioni del passato pesa come una montagna sul cervello dei viventi», scrisse nella sua opera più famosa Il Capitale. Da questa sconfessione del passato e della tradizione discende che «è giusto ribellarsi», perché il marxismo è come un libro erudito il cui capitolo finale è l’insurrezione e la rivoluzione.

Questo fascino perverso del marxismo è stato severamente condannato dal Cardinale Ratzinger perché «schiaccia il ruolo della personalità umana e i suoi aspetti non riducibili ad esigenze puramente economiche e politiche». Cosi significhi moderno oggi ce lo spiega il grande scrittore, semiologo e maître à penser Umberto Eco: «Il moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato con ironia, in modo non innocente.» E in questa
rivisitazione del passato che deve essere fatta cogli occhi della ragione occorre ripudiare il principio dell’autorità dell’antico, autentica zavorra soffocante, in virtù del Diktat dell’ «ipse dixit», l’ha detto lui, cioè che non può essere messo in discussione quanto affermato dai grandi maestri del passato.

La medicina 

Il caso deteriore più emblematico in questo senso si è avuto nella storia della medicina, dove per 1500 anni non si sono potuti verificare progressi, in quanto nessuno osava mettere in discussione o criticare i dogmi, ritrovati (spesso fallaci ed errati) di Galeno, il cui prestigio e la cui autorità furono per secoli indiscutibili e apparentemente inattaccabili, tali da sclerotizzare e impedire un vero progresso scientifico nonché una disanima critica delle osservazioni passate. Conservare dunque il filo tenue che associa le menti di generazione in generazione ma cogli occhi bene aperti della ragione, svelta e attenta a recepire i cambiamenti e gli adattamenti richiesti dal mondo moderno e dalla sua incessante evoluzione, mai così rapida come ai nostri tempi. Possiamo dirci veri uomini moderni e degni della tradizione passata se in grado di ragionare colla nostra testa, di resistere alle sirene ammaliatrici dei media, di difenderci dai falsi e facili guru, dalla standardizzazione dell’esperienza, dall’involgarimento dei sentimenti e dalla perdita del senso morale ed estetico.

I Lions tra tradizione e modernità

E un vero membro Lion come deve essere?

Deve essere tradizionale per riconoscersi nei valori e nei concetti espressi dal Codice dell’Etica Lionistica e negli scopi del Lion International, ma nello stesso tempo moderno, attento agli sviluppi e ai progressi del mondo esterno, sensibile alle sue necessità e ai suoi bisogni e pronto a donarsi e a servire avendo come stella polare e guida il nostro motto «We serve».

Mario Corti, LC Alto Ticino