arrow-down-01arrowscalendarcheck-iconclockclose-iconconnexionemailexcel-iconfacebookforward-iconglobelinkedinmagnifieropen-bookquestion-markshopping-bagtweeterwrite-icondeconnexion

Un Lions dentro il COVID-19

National People

La battaglia contro il nuovo coronavirus SARS2, che causa la famigerata malattia COVID-19, si sta combattendo anche con l’arma della ricerca scientifica e in questo ambito, Luca Varani (LC Monteceneri) si trova in primissima linea. Attivo all’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona, si è già guadagnato una notevole reputazione a livello internazionale. Il lavoro di ricerca di Varani in merito a virus Zika e malattie prioniche è stato citato nelle più prestigiose riviste scientifiche come Science o Cell.

«Annoverare Luca Varani tra i nostri soci è un motivo di vanto per il nostro Club.» A dirlo è Roberto Fontana, presidente del LC Monteceneri. «È stato naturale e importante supportare il suo lavoro.» Il gruppo di Varani si occupa principalmente di patogeni rari o che affliggono le regioni povere del mondo... generalmente di scarso interesse commerciale per l’industria farmaceutica. Nello scorso mese di marzo il consorzio di ricerca, con vari istituti europei, promosso dal dr. Varani si è aggiudicato il secondo posto (su 91), nel bando della Commissione europea per sviluppare vaccini e terapie contro il COVID-19.

Luca Hoderas: Quali sono i motivi alla base della collaborazione e in particolare con questi partner?

Dr. Luca Varani: Occorre dire prima di tutto che oggi la ricerca scientifica è soprattutto un lavoro collettivo. Il grado di specializzazione è talmente elevato in ogni ambito che solo unendo le forze si possono considerare i diversi aspetti scientifici legati a un singolo progetto. Leonardo da Vinci poteva fare tutto da solo; oggi i tempi sono decisamente cambiati.

Come si procede per trovare una cura contro il virus?

Ci sono tre strategie principali: 1) provare se farmaci già esistenti contro altre patologie possano essere in grado di sconfiggere il COVID-19. Questa è la via più rapida, giacché tali prodotti sono già disponibili sul mercato, ma non trattandosi di qualcosa sviluppato per il COVID-19 la soluzione potrebbe non essere ideale. 2) Sviluppare un vaccino contro il virus SARS2. La soluzione migliore a lungo termine e anche quella che richiede più tempo. Ma le difficoltà tecniche legate a questo virus in particolare rendono il lavoro più difficile. 3) Usare gli anticorpi di pazienti guariti da COVID-19 come farmaci. I pazienti che guariscono dal COVID-19 hanno sviluppato nel sangue gli anticorpi che l’hanno sconfitto. Questi si possono «trasferire» per usarli come farmaco in pazienti malati. Il più vecchio, semplice e rapido in proposito sono le trasfusioni di sangue (con anticorpi inclusi) di pazienti guariti in pazienti malati. Il problema è che per ogni lotto di «farmaco» è necessario avere grandi donazioni di sangue da pazienti guariti, non sempre facile da ottenere. Inoltre, ogni lotto è diverso dagli altri, provenendo da donatori diversi, il che comporta alcuni problemi di ordine pratico.


«Studiare gli anticorpi aiuta anche a sviluppare vaccini.»


Il secondo è quello di isolare gli anticorpi dal sangue dei pazienti guariti, analizzarli in laboratorio per trovare quelli migliori e poi produrli in laboratorio, modificandoli anche per migliorarne stabilità ed efficacia. Una volta ottenuto un anticorpo lo si può poi produrre «all’infinito» in ambito farmaceutico senza necessità di ulteriori donazioni di sangue o ricerche. Questi anticorpi monoclonali sono sempre più diffusi in ambito farmaceutico e, dopo lunghi anni di ricerca scientifica di base, negli ultimi tempi hanno raggiunto il mercato come cura per svariate malattie, da alcuni tipo di cancro al virus Ebola. Studiare gli anticorpi aiuta anche a sviluppare vaccini, sebbene questi non siano l’obiettivo specifico del nostro consorzio. Essi, infatti, mirano a generare una risposta anticorpale nell’individuo. In pratica si inietta un virus inattivato o parte di esso; la persona non si ammala, perché il virus non è intero, ma il sistema immunitario riesce a produrre anticorpi. Questi ultimi sono, idealmente, in grado di riconoscere e prevenire l’infezione dal virus naturale. Studiare quali siano le parti del virus riconosciute dagli anticorpi migliori (specialità del nostro gruppo di ricerca) aiuta a scegliere quali pezzi usare per un vaccino efficace. Per fare un esempio semplice, se si volesse costruire un anticorpo contro una automobile sarebbe inutile farne uno che si lega al tetto; bisognerebbe invece farne uno che si leghi alle ruote e le blocchi. La nostra ricerca aiuta a capire quali siano le «ruote» del virus.

Dove sta la difficoltà nello sviluppare questo tipo di soluzione?

Al di là delle difficoltà tecniche, il problema maggiore è che la ricerca di base tenta di fare cose mai fatte in precedenza. Capita spesso, quindi, che un singolo esperimento non funzioni, proprio perché si tratta di territorio inesplorato. Avendo tempo e risorse sufficienti, però, qualcosa si riesce a trovare. Basti vedere quante soluzioni abbiamo oggi, in ambito biomedico e non, anche solo rispetto a 20 anni fa.

I virus si riproducono e reagiscono diventando più resistenti, ciò che sembra valere in particolare per il coronavirus. Il farmaco perciò risulterebbe «superato» e meno efficace?

Il virus può mutare per scappare dal sistema immunitario. È un problema simile a quello dei batteri resistenti agli antibiotici: il patogeno cambia e i farmaci esistenti non sono più efficaci. Un piccolo trucco biochimico è sviluppare anticorpi non naturali, detti bi-specifici, che attaccano simultaneamente più regioni del virus. Se una regione muta l’anticorpo rimane efficace contro le altre. Statisticamente è molto più difficile per un virus mutare contemporaneamente in due o più zone diverse. Disegnare anticorpi non naturali con una combinazione di esperimenti in laboratorio e simulazioni al computer è una specialità del nostro gruppo di ricerca. Abbiamo usato un approccio simile con buona efficacia contro Zika nel 2017.

Quando potremo produrre un farmaco contro il COVID-19?

È molto difficile strappare una risposta al riguardo da uno scienziato perché, semplicemente, non abbiamo certezze. Possiamo sicuramente dire che l’unità di misura sono i mesi e non le settimane. Bisogna anche tenere presente che, per quanto sia brutto scriverlo pensando a chi purtroppo muore, questo virus ha conseguenze blande per la stragrande maggioranza degli infettati. Affrettarsi a mettere in circolazione un farmaco non adeguatamente testato e a non valutarne correttamente gli effetti collaterali potrebbe portare più danni che benefici. Tali test sono fondamentali e richiedono tempo.

C’è chi dice che dovremo attenderci ad altre epidemie, e a scadenze più ravvicinate. Che ne pensa?

Le infezioni trasferite da animale a uomo sono sempre esistite e sempre esisteranno. Sono anche spesso tra le più pericolose, anche mortali, per gli individui. Più persone ci sono al mondo e più c’è contatto uomo/animale selvatico più il rischio di trasmissione da una specie all’altra aumenta. In questo senso bisogna far notare che negli ultimi 15 anni circa abbiamo avuto SARS1, influenza suina e COVID-19 sviluppatesi, pare, nei mercati di animali in Asia. Controllare meglio questo tipo di situazioni sarebbe opportuno. L’IRB si sta profilando come punto di riferimento internazionale nel campo delle malattie infettive.

Cure efficaci contro queste epidemie sembrano però arrivare in ritardo.

La ricerca scientifica ha i suoi tempi, purtroppo non è possibile risolvere tutto subito. Per ottenere risultati efficaci occorrono grande impegno e grandi risorse, per questo la ricerca va sostenuta costantemente. Nel 2003 l’epidemia SARS era l’emergenza del momento, ma quando è rientrata, dopo aver colpito poche migliaia di persone nel mondo, ce ne siamo quasi dimenticati. Il virus del COVID-19 è simile a quello della SARS: se dopo quell’emergenza ci fosse stata più attenzione e si fossero stanziati più fondi per sviluppare un vaccino una terapia anti-SARS, oggi probabilmente saremmo stati in grado di adattarli rapidamente a questa SARS2/COVID-19. Il supporto è importante, sempre! Ancora di più quando si occupa di malattie rare o trascurate (tipicamente del mondo tropicale) che non hanno un immediato interesse commerciale e non attirano gli investimenti delle grandi industrie farmaceutiche.

Intervista: Luca Hoderas

L’IRB

L’Istituto di Ricerca in Biomedicina, fondato nel 2000 ha come obiettivo fare progredire lo studio sull’immunologia umana, con particolare enfasi sui meccanismi della difesa immunitaria. Si occupa quindi in particolare di studiare i processi di difesa immunitaria e di sviluppare anticorpi e molecole in grado di contrastare virus e altri agenti patogeni. L’IRB beneficia di una vasta rete internazionale di collaborazioni.

Per informazioni: www.irb.usi.ch